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Il valzer di un giorno
"In Italia siamo nel pieno trionfo delle luci colorate e abbaglianti, ma ciò non toglie che c'è posto per la vera cultura. Berlusconi non ha nulla da invidiare a Nerone, che pure aveva il suo Seneca. Forse non c'è più posto per un discorso veramente morale, che è tutto da rifondare, dopo la fine della religione e delle ideologie. Quando voglio consolarmi, a parte i miei personali sensi di colpa, penso a persone come don Luigi Ciotti, così coerenti che devono andare in giro con la scorta".
Pier Mario Giovannone - nato a Cuneo nel 1974 e diplomato al conservatorio Verdi di Milano - dal 1995 collabora come chitarrista e arrangiatore con il cantautore Gianmaria Testa. Il loro ultimo lavoro - "Il valzer di un giorno" - mescola le canzoni di Testa e le poesie di Giovannone. Di casa in Francia e all'estero in generale, dove i loro lavori sono acclamati sia dal pubblico che dalla critica, sconosciuti o quasi in un'Italia dove le presentazioni contano (soprattutto quelle di Costanzo), la qualità meno. Come poeta Giovannone ha ricevuto ottime critiche anche da Dario Bellezza per il suo libro "Le piume di Jacopone" (Genesi Editrice, nella collana Gherigli). Poesia semplice nel suo mostrarsi grafico, complessa e vissuta per i sentimenti che la agitano dall'interno.

Giovannone, come nasce il rapporto artistico e umano con Gianmaria Testa?
Non si può dire come nasca un rapporto umano, ma la domanda centra un punto fondamentale: che il nostro rapporto artistico si è nutrito quasi essenzialmente della nostra amicizia. Se ci capita di discutere (ogni tanto i viaggi stancano), poi suoniamo a fatica. La nostra forza, sempre che forza sia, è tutta lì, nel sentire una corrispondenza e nel comunicarla. È il paradosso di un'intimità che diventa pubblica. 

Nell'ultimo disco realizzato con Testa, le tue poesie hanno trovato posto tra le canzoni. Come è nata questa idea?
Dalla scoperta della sostanziale affinità che lega le sue canzoni e le mie poesie. Abbiamo trovato collegamenti a livello di contenuto, di immagini. Il disco è nato dopo centinaia di concerti, in cui Gianmaria leggeva le mie poesie (non troppe, altrimenti la gente scappa) e io suonavo le sue canzoni. Il primo concerto, ormai, si perde nelle nebbie del Pleistocene: Caraglio, Teatro Civico, 6 gennaio 1995. Un piccolo teatrino scalcinato in provincia di Cuneo, con tanti amici e parenti in prima fila che, almeno a me, creavano un po' d'imbarazzo. È strano quello che succede quando persone che hanno un rapporto informale vengono inserite in un contesto "formale". Comunque, a un certo punto ci è venuta voglia di fissare il nostro lavoro, come se sentissimo che la parabola aveva tracciato il suo corso, così ci siamo chiusi per qualche giorno in uno studio di registrazione in Umbria.

Tu sei musicista classico e poeta, quale delle due figure è predominante?
In quanto diretto interessato, non sono la persona adatta a rispondere. Posso solo dire che non potrei mai rinunciare a scrivere, né ad ascoltare musica, ma forse potrei rinunciare a suonare. Il rapporto con uno strumento è anche fatto di allenamento, di pratica, di artigianato, di routine; può appassionare, ma anche deludere, e finire, come un'amicizia. Qualche volta, banalmente, per mancanza di tempo. Quello che non può mancare, invece, è una valvola di sfogo dell'anima, non importa quale, un passaggio anche stretto da cui lasciare defluire le cose più ingombranti, alla ricerca di uno scambio, di una comunione. La scrittura per me ha questo valore, non meno della musica.

Quanta della tua poesia è trasposizione in parole del "non parlato" della musica?
Per quanto mi risulta ho più senso ritmico che melodico. Sono nato stonato; non sono in grado, per dire, di improvvisare una seconda voce su una canzone di Battisti. Mi piace cantare, perché è liberatorio, ma se non ho bevuto mi vergogno, e in ogni caso canterei solo davanti a persone conosciute. Credo che questo mio limite mi penalizzi più nel suonare che nello scrivere, perché la musicalità di una poesia è data dal ritmo, come si sa; non avrebbe senso in poesia parlare di intonazione. Una poesia stonata è una poesia che non va a tempo. Io cerco di far andare a tempo le mie poesie, un 'mio' tempo, ovviamente, sempre nell'ambito del verso libero; non mi sono mai confrontato, se non per divertimento, con le forme chiuse (da ragazzo facevo le parodie dei poeti 'laureati'). In questo senso, dunque, limitatamente al ritmo, si può parlare di una trasposizione in parole del 'non parlato' della musica. Chi ha perso il ritmo si deve ritirare, cantava Enzo Jannacci. Vale anche per la poesia.

Allo stesso modo, quanta della tua musica sono poesie che non hanno trovato le parole?
Nel mio caso è sempre il contrario. E' la musica che, in parte, confluisce nella poesia. Io non sono un compositore, mi limito a lavorare su musica scritta o per lo meno abbozzata da altri. Nelle canzoni di Gianmaria, ad esempio, il mio ruolo si limita a quello di arrangiatore. Ma il discorso si amplierebbe se cominciassimo a parlare del rapporto tra parola e musica in quella strana e ibrida creatura che è una canzone (riuscita), dove le parole trovano la propria musica e viceversa. La canzone è un genere musicale che io amo moltissimo, anche se profondamente conservativo. Non conosce l'innovazione (anche quando non cerca il consenso). L'innovazione vera è in quei campi da cui il genere canzone attinge: la storia della letteratura (anche popolare), la storia della musica.

Quali sono i tuoi punti di riferimento nel campo poetico, e perché?
Amo la poesia comprensibile: "Ancora un'alba sul mondo: / altra luce, un giorno / mai vissuto da nessuno, / ancora qualcuno è nato: / con occhi e mani, / e sorride". Sono versi di David Maria Turoldo, poeta che leggo e rileggo da qualche anno. Turoldo era insieme poeta e profeta, se per profeta intendiamo, come lui stesso diceva, non colui che preannuncia il futuro, ma colui che denuncia il presente. Prima di Padre David i miei riferimenti sono stati l'Ungaretti dell'Allegria e del Dolore, Vincenzo Cardarelli, Sandro Penna, Giorgio Caproni e, per uscire dall'Italia, Jorge Luis Borges. Da certi poeti mi allontana il sospetto del mestiere, che in poesia per me equivale a profanazione, come scorrazzare per il mare con una moto d'acqua o facendo sci nautico. Va bene la coscienza del proprio ruolo, però... 

In campo musicale, classico e non solo, verso chi sono indirizzate le tue preferenze?
Da ragazzo ascoltavo molta musica classica a scapito degli altri generi, un po' schiavo del purismo del conservatorio. Il mio chitarrista preferito era John Williams. Credo ancora adesso che il suo suono sia unico, impareggiabile. Avevo però un tarlo: Enzo Jannacci, di cui forse sono stato il più giovane fan. A sei anni avevo ascoltato "Ci vuole orecchio" ed era stata una piccola illuminazione sulla via di Damasco. Ho raccolto tutti i suoi dischi e l'ho seguito nei concerti, ma non ho mai avuto il coraggio di avvicinarlo. Poi si sono aggiunti altri ascolti: il tango, soprattutto quello delle origini (Anibal Troilo, Osvaldo Pugliese, Julio De Caro, Carlos Gardel), la canzone brasiliana (Vinicius De Moraes, João Gilberto, Caetano Veloso), la canzone spagnola (Paco Ibanez in particolare, che ho conosciuto e con cui ho suonato). Tra i cantautori le mie preferenze sono al momento indirizzate verso i defunti; dovendo fare solo due nomi sceglierei Piero Ciampi per quanto riguarda l'Italia e Atahualpa Yupanqui per quanto riguarda il resto del mondo. Il jazz mi piace, ma non lo rincorro.

Perché il vostro lavoro è apprezzato all'estero e quasi sconosciuto in Italia?
La ragione è molto concreta. Gianmaria ha inciso il primo disco in Francia, dove ha poi tenuto i primi concerti, in seguito ai quali ha poi ottenuto le prime prestigiose recensioni su quotidiani e riviste. L'Italia non si sentiva di accoglierlo senza referenze. Io ho seguito con lui questo strano gioco di echi e pusillanimità. Ora la situazione è cambiata, c'è più equilibrio. Resta il fatto che i francesi sono più curiosi e onnivori di noi, ascoltano musica importata da tutto il mondo (salvo poi chiamare il computer ordinateur).

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
La laurea, a ottobre. Poi uno spettacolo teatral-musicale su Jacopone da Todi, il grande mistico medioevale, frate e poeta, e rivoluzionario. Vorrei partire dalle laude, sviluppare e attualizzare alcuni temi, che so, magari accostare alla Passione di Cristo una lettera di un condannato a morte della Resistenza. Come musica penso a un coro, che potrebbe eseguire il laudario di Cortona, con degli interventi (anche di disturbo) di un grande solista, un clarinettista jazz ad esempio. Lo spettacolo si dovrebbe svolgere nella piena oscurità, con attori e musicisti mischiati al pubblico, in una vicinanza anche imbarazzante; lo spazio dovrebbe essere delimitato solo da confini sonori, tranne qualche breve momento di luce, per illuminare delle scene fisse, come piccoli quadri. Non ho ancora capito che ruolo avrei io in tutto questo.  

La tua poesia è percorsa da un sentimento d'amore possente eppure delicato, quasi silenzioso, riflessivo. Così come il sentimento della solitudine.
Credo che la maggior parte delle mie poesie d'amore siano poesie di assenza, quindi di solitudine. Una solitudine che non è qualcosa di vago e indistinto, ma è un vuoto tangibile, dove le mani annaspano e cercano di ghermire qualcosa. Mi viene in mente una drammatica poesia di Giorgio Caproni: "Com'è alto il dolore. / L'amore, com'è bestia. / Vuoto delle parole / che scavano nel vuoto vuoti / monumenti di vuoto. Vuoto / del grano che già raggiunse / (nel sole) l'altezza del cuore". Non c'è più l'amore. C'è la solitudine.

Coricandoci possiamo ancora continuare a sognare?
Questa domanda suona un po' marzulliana, ma è colpa mia, perché in realtà parafrasa due righe di una mia brevissima poesia: "vado a coricarmi / continuo a sognare". Le ho scritte in un momento in cui niente mi corrispondeva, niente era come avrei voluto, e mi ero abituato a sognare anche di giorno. Ora - non che interessi a nessuno - ma le cose mi vanno decisamente meglio, e mi capita anche di godermi certi incubi notturni.

In collaborazione con Clorofilla.it



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